Textes Italien

Un movimento non è mai figurativo. E’ traccia e forma di vita, fulgidezza o assenza, slancio o stasi. Quando il movimento si scompone in immagini, lo si arresta senza infrangerne l’essenza. Un salto, un volto che si gira, fissati sulla pellicola, continuano a divenire e a vivere. Troppi movimenti, che avrebbero meritato di continuare a vivere, sono stati ingessati, uccisi.

Il lavoro di Saul Fontela vuole essere un mezzo per preservare lo stato naturale del movimento delle cose, per esprimere ciò che non si vede e non si nota più a forza di banalità, per modificarle quel tanto che basta per sorprendere senza mai ingessarle. Una forma di espressione che va dietro le cose, mentre mantiene l’artista e lo spettatore davanti. Una forma non figurativa che suggerisce, evoca ma non impone niente se non l’idea che il mondo in cui viviamo è più fluido, più fuggente, più impenetrabile e più vivo di quanto noi immaginiamo. Le cose non si offrono ai nostri occhi, sta a noi guardarle, interrogarle fino a quando non ci parleranno.

Il suo lavoro è una nuova forma di sguardo.

Daniel Zufferey

scrittore - journalista 

(Traduzione : Nadia Togni)

 

 

Le opere di Saul Fontela sono meraviglie. Miracoli e sorprese. Opere grandiose. Difficili e semplici. Oltre ogni concetto di bello. Oltre il criterio di bello. Oltre il criterio di convenzionale, cioè del naturale. Neppure l’ombra del conformismo. Le cose non finiscono, quindi non significano. Come delimitare l’immagine? Come spazializ-zare la fotografia ? Come pianificare la vita? Non c’è più rappresentazione. E nemmeno il criterio dello speculare, del visibile e dell’immaginabile. Saul Fontela insiste : l’Altro non si rappresenta. Egli propone la fotografia senza apparecchio e senza apparato. Per una comunicazione senza contatto. E in nessun modo e in nessun caso, delega o affida all’utensile la fotografia.

Per arte o per piacere. Ventuno opere. Oltre le migliaia di foto scattate per esercizio e per lavoro. E già la prima fotografia è seconda, ovvero originaria : Venezia, la sua luce, la sua qualità, la qualità dell’Europa, il suo inopinabile. Il processo di arte e d’invenzione va dalla dislessia alla dislettura, alla lettura quale punta della scrittura, alla lettura senza gnosi. Infatti, nessuna circostanza rappresenta la difficoltà, l’assenza di facoltà e di facilità, dell’itinerario intellettuale. Ciascuna difficoltà è propizia alla straordinaria e unica rarefazione linguistica di Saul Fontela. Ecco l’aleph. Il due e il tre. La superficie come apertura e la superficie come taglio.

Ecco la verticalità con il suo inconciliabile, da cui procedono combinazioni e intersezioni. Nella fotografia originaria, importa – più della velocità – l’istante. Da cui proviene la luce. E le cose si odono. E s’intendono. Ciascuna opera si lascia udire e intendere, anziché vedere e signifcare. Le ventuno opere di Saul Fontela sono più di una cattedrale. Ciascuna vale l’itinerario. Ciascuna vale la saga. Nessuna visione della foto. Nessun formalismo tecnicistico. Quindi nessuna pulizia etnica.

A Ginevra, Saul Fontela trova insegnanti che addestrano alla tecnica per la tecnica. Senza libertà. Senza l’utilità artistica. Anche a Arles, le regole presumono di determinare e di fondare il gioco, anziché divenirne il pretesto. Gl’insegnanti di Arles concettualizzano la sembianza, passano oltre, la cancellano. A Ginevra e a Arles, la sembianza è sottoposta a iconoclastìa e iconodulìa, distolta dalla sua struttura, dalla sua scrittura, dalla sua luce. Saul Fontela : o del viaggio di qualità. Inghilterra. Marocco. Israele. Parigi. E di tanto in tanto, ora l’Italia ora la Spagna. Viaggio stellare. Le storie. I racconti. La gente in vacanza. Saul Fontela, inidentificabile anche nell’apolide. In nessun ambiente, egli è sentito come compatriota. « Per fare cose strane, bisogna, prima di tutto, sapere farle giuste ».

Saul Fontela ha trovato la sua strada, i dispositivi della sua strada, con o senza i maestri. « Scrivere con una matita o dipingere ». Utensili vari e differenti in un processo di scrittura. Cinema, pittura, musica, poesia, scultura trascorrono nella fotografia : l’utensile, la struttura dell’Altro, la scrittura. « La luce è la mia pittura. E l’apparecchio fotografico è il mio pennello ». E l’immagine resta estrema. Videomatica. Elettronica. Per nulla piatta né piana.E ciascuna opera di Saul Fontela è compiuta. L’avvenimento si scrive e si qualifica. La patria intellettuale, la patria della parola non è un luogo. Perciò non si chiude. « Forse da lì viene la mia astrazione » . La patria nel processo della parola. L’incominciamento. Il debutto. L’approdo. Per dispositivi pulsionali.

Quella di Saul Fontela è l’astronomia della vita. Con ciascuna opera. Senza linea e senza spiegazione. Il turismo nel tessuto stellare : fra la rete e la tela. Nessun discorso sulla fotografia. Che dimora nella parola. Come biografia. Come scrittura della vita. Come scrittura della luce. 

Armando Verdiglione

Prefazione al Catalogo “La scrittura della Luce” (ed. Spirali). Esposizione di Saul Fontela, febbraio 2000, Milano, Museo della Villa Borromeo, Fondazione Armando Verdiglione.